João Ribeiro

João RibeiroRegista

“Da bambino, per fortuna, andavo al cinema tutti i giorni. In Mozambico, dopo l’indipendenza, abbiamo avuto l’opportunità di vedere un buon cinema, film di grande qualità. Cinema italiano, francese, europeo, che veniva proiettato nelle sale della Zambezia e mi ha fatto nascere la voglia di lavorare con l’immagine”

D - Giovane produttore e regista: come sei entrato in questo ruolo?

R - Io ho cominciato a fare cinema in maniera amatoriale da ragazzo, quando ancora vivevo nella mia provincia d’origine, la Zambesia, con una VHS. Filmavo e montavo, mi divertivo a montare con una piccola centralina di montaggio. Ho fatto piccoli lavori che filmavo e montavo.

Ho avuto l’opportunità di fare piccoli lavori per la TVM (Televisione Mozambicana) che all’epoca era sperimentale e esisteva e trasmetteva solo a Maputo, parliamo degli anni ‘83-’84. E da lì (la Zambesia) facevo piccoli reportage che poi erano trasmessi qui a Maputo, era un appoggio che io davo senza nessun tipo di compenso. Era fatto in forma artigianale, lo mandavo alla TVM che lo trasmetteva. Ho fatto anche lavori importanti.

Quando è venuta la principessa Diana in Mozambico, la TVM aveva ancora pochi mezzi e io coprii tutto il viaggio in Zambezia. Negli anni ‘80 venne anche un cardinale del Papa e anche in quel caso chi coprì il sevizio fui io. Facevo anche molte fotografie, avevo un piccolo laboratorio in casa per le foto in bianco e nero e mi divertivo anche con queste cose. E ho visto molti film.

Da bambino, per fortuna, andavo al cinema tutti i giorni. In Mozambico, dopo l’indipendenza, abbiamo avuto l’opportunità di vedere un buon cinema, film di grande qualità. Cinema italiano, francese, europeo, che veniva proiettato nelle sale della Zambezia e mi ha fatto nascere la voglia di lavorare con l’immagine.

In seguito, l’Istituto Nazionale di Cinema mi propose di lavorare in Zambezia come rappresentante dell’Istituto stesso. Era un lavoro burocratico legato alla distribuzione di film nelle sale cinematografiche. Ero responsabile di 6 o 7 sale della provincia.

Questo lavoro burocratico mi ha permesso di entrare nell’Istituto Nazionale di Cinema e di essere trasferito a Maputo. Lavoravo nell’archivio dei film. Organizzai un progetto di recupero dell’archivio, lavorai molto con le immagini del passato prima e dopo l’indipendenza, riorganizzai l’archivio: un progetto che sfortunatamente non è stato sviluppato.

Da lì sono passato alla produzione all’interno dell’Istituto di Cinema. Sono stato integrato nella coordinazione delle produzioni. Cominciai a lavorare nella produzione e da lì il contatto con le persone che concepivano, creavano e lavoravano con l’immagine è stato più facile. Ho cominciato a lavorare più professionalmente in questa area.

Ho avuto l’opportunità di studiare a Cuba in una delle migliori scuole di cinema del mondo, la Scuola Internazionale del Cinema di Cuba all’Avana, dove ho studiato per due anni. Quando ritornai, cominciai a lavorare. Prima di partire avevo fatto alcune produzioni all’interno dell’Istituto di Cinema. Avevo provato a realizzare un progetto di animazione: piccoli lavori in bianco e nero con disegni di storie tradizionali. Quando tornai dalla scuola cominciai a produrre in maniera più professionale e più coerente.

D - Dopo il tuo ritorno da Cuba che cos’hai trovato qui?

R - Al mio ritorno da Cuba la situazione del cinema in Mozambico era caotica. Già prima che partissi c’era stata una svolta perché era stato applicato il programma di riabilitazione economica e c’era stato l’allontanamento da tutto l’Est Europeo. Tutto l’aiuto finanziario proveniente da questa struttura socialista si stava sgretolando.

L’Istituto Nazionale di Cinema, come tutte le altre imprese statali, stava risentendo di questa crisi. Già prima che io partissi l’Istituto era in una fase agonizzante. Quando sono tornato l’Istituto di Cinema era bruciato, pertanto le poche attrezzature che c’erano per la produzione, le cineprese, l’attrezzatura del suono, lo studio, erano bruciati completamente.

Trovai l’Istituto di Cinema in un’assoluta inerzia, non si faceva niente, non succedeva niente. Non ho avuto altra possibilità! Alcune persone rimasero lì a lavorare senza fare nulla per anni, continuando a ricevere lo stipendio. Non era una situazione che mi soddisfaceva.

Quando sono tornato da Cuba ho chiesto l’aspettativa, non ho chiesto le dimissioni, ancora oggi sono funzionario dello stato in aspettativa illimitata. Chiesi di uscire dall’Istituto e lavorare in proprio. Ho cominciato a lavorare come freelance.

Ho lavorato da solo e un anno dopo mi hanno proposto di unirmi alla Ebano che a quel tempo era una delle due case di produzione indipendenti; una era la Coopimagem e l’altra la Ebano. Pertanto la Ebano mi fece la proposta di comprare la quota di un socio che stava per uscire. Acquistai la quota nella società e cominciai a lavorare con la Ebano, che è una casa di produzione privata.

Abbiamo realizzato varie produzioni di fiction e di documentari. Questo fu il mio primo passo in questa industria, in questo ambiente professionale completamente autonomo finanziariamente, dove i progetti erano nostri e venivano creati e sviluppati da noi fino alla realizzazione. Per cui questo è stato il mio primo passo al ritorno da Cuba: lasciare l’Istituto di Cinema e inserirmi in un settore di produzione indipendente.

João RibeiroD - Il periodo in cui sei entrato alla Ebano era un periodo in cui le strutture private si stavano lanciando sul mercato e penso che ci siano state delle difficoltà. Com’era fare cinema in quel periodo?

R - Le difficoltà ci sono tuttora, non è cambiato niente. Oggi ci sono più case di produzione. Attualmente nel paese sono registrate una trentina di case di produzione iscritte al Ministero del Commercio, al Ministero dell’Industria o al Ministero della Cultura, anche se lavorano solo in 7 o 8.

Ci sono molte case di produzione, apparentemente c’è un boom di sviluppo, ma le difficoltà rimangono perché tutte le produzioni sono realizzate in maniera disorganizzata. Non c’è alcun tipo di sussidio, nessun tipo di sostegno, di coordinazione sia a livello individuale, tra le imprese o a livello statale. Né a livello delle imprese né a livello dello stato.

Oggi per le imprese si parla di un’associazione di cineasti; per la prima volta, dopo tanti anni, si pensa di fare qualcosa in gruppo e di fare qualcosa insieme. Spero che questo continui e che crei nuove opportunità perché finora tutto quello che abbiamo fatto è stato in maniera molto aleatoria e disorganizzata, cioè fino ad oggi ognuno si è sviluppato le proprie strutture di finanziamento, sempre è stato così fin dall’inizio. Ci sono imprese vocate a un tipo di lavoro più legato alle ONG, nell’ambito dell’educazione e nell’ambito della prevenzione all’AIDS, imprese che lavorano su questa linea.

Ci sono altre imprese che lavorano secondo una linea più autonoma, come è sempre stato il caso della Ebano e com’era forse la Coopimagem. Noi sviluppiamo progetti di documentari nostri, che non hanno molto a che vedere con gli argomenti trattati per le ONG, ma che comunque noi vogliamo produrre. In qualche maniera riceviamo un finanziamento da queste ONG o dalle organizzazioni che trovano inerenti ai loro progetti gli argomenti trattati, ma non come fattore principale.

Per cui abbiamo già due linee distinte di finanziamento. Sono molto poche le imprese che effettivamente producono fiction, che fanno cinema. In pratica non c’è quasi nessuna impresa, eccetto la mia, a Maputo, che faccia fiction. Fanno produzioni in linea, produzioni esecutive per imprese straniere che vengono dal Sud Africa, dal Portogallo o dalla Francia, dagli Stati Uniti.

Per cui non ci sono imprese che fanno produzioni di fiction perché è difficile trovare finanziamenti. È più facile trovarli per compagne di educazione civica, per campagne di prevenzione all’AIDS, per la pace e per argomenti che interessano il paese negli aspetti socio-politici, che non propriamente per realizzare documentari o film che hanno a che vedere con l’arte e l’espressione propria degli individui. Queste difficoltà rimangono anche se sono già passati 15 o 10 anni.

Lo stato continua a non appoggiare effettivamente la produzione di un cinema nazionale. Noi facciamo un cinema molto differente da quello che si fa nella regione (Africa australe); i nostri video, i nostri lavori in video, sono di qualità riconosciuta: quelli di Licinio Azevedo, di Sol de Carvalho e di Camilo de Sousa sono visti all’estero, ma sono fatti in una maniera molto differente da quello che succede negli altri paesi. Noi non abbiamo un broadcaster a cui possiamo presentare e vendere il prodotto e che lo distribuisca. Noi non lo abbiamo.

È molto strano quello che succede qui: si produce molto e questo prodotto non arriva alle persone. C’è una relazione molto complessa tra la realizzazione e il suo sistema classico di distribuzione. Questa difficoltà rimane.

Cosa dire: la televisione è cresciuta, non è più una televisione sperimentale, è diventata una televisione nazionale, ma la sua relazione con le case di produzione continua ad essere inesistente. Cioè, la televisore ha ampliato i sui mezzi, la televisione è cresciuta, ma la relazione con le case di produzione continua ad essere zero. La televisione ha la funzione principale di promuovere i prodotti nazionali.

Voglio dire che noi dorremmo produrre per la televisione, le produzioni dovrebbero essere realizzate per la televisione. La televisione dovrebbe essere il maggior catalizzatore di una produzione nazionale, solo che la televisione non lo fa. Ci sono cose che purtroppo non si sono sviluppate nonostante siano passati molti anni.

Ci sono molte più case di produzione, molta più gente che lavora in questa industria, ma l’industria è un po’ falsata, è uno schema di produzione molto complicato, non è uno schema di produzione trasparente, non si fa niente di trasparente sfortunatamente! È un processo molto complicato in cui ognuno ha le proprie fonti. È un complesso di cose che non si sono sviluppate, sfortunatamente.

D - Pensi che valga la pena continuare fare cinema?

R - Penso che sia l’unica forma che noi abbiamo, fondamentalmente lavoriamo con l’immagine perché ci piace. Nessuno di noi lavora con l’immagine per fare soldi o ha case di produzione per arricchirsi. Penso che ci sono molte poche persone si concedono questo privilegio.

Esclusi gli Stati Uniti, forse l’India, nei paesi dove le produzioni sono pagate e il cinema è un’industria. Sfortunatamente, in Europa e in Africa e nel resto del mondo il cinema è un arte. Voglio dire che si fa cinema perché piace, è un’arte attraverso cui si vuole comunicare qualcosa. E questo non si esaurisce.

Voglio dire, le difficoltà che ci sono non fanno sì che si smetta di fare cinema. Da quattro o cinque anni a questa parte in Mozambico non si è realizzata una fiction. L’ultimo film che è stato fatto è O olhar das estrellas, che voi avete avuto l’opportunità di trasmettere nel circuito.

É stata l’ultima fiction mozambicana fatta qui. Gli altri film sono produzioni esecutive o di linea, ma non sono produzioni proprie, non sono film ideati in Mozambico. Pertanto io sto cercando di fare un progetto di una produzione lunga; voglio dire, è un altro tentativo, non ci può fermare, è necessario tentare, è necessario lottare.

Perché ne vale la pena, è logico che vale la pena. Ne vale la pena perché ogni volta che il film è trasmesso, le poche volte che il film è visto, la gente reagisce abbastanza bene al film, voi avete avuto la possibilità di constatarlo, le persone reagiscono al film e alle immagini in maniera abbastanza positiva. E in fondo è questo che ci stimola.

Non ci sono ragioni economiche, ma è molto più per il piacere di comunicare e per la risposta che abbiamo dalle persone quando vedono il nostro film. E’ questo che ci mantiene in piedi!

D - Fare cinema in Mozambico di per sé è difficile, si è già parlato delle difficoltà finanziarie. È un’industria che è costantemente in evoluzione, principalmente nell’area tecnica. Quale sono le difficoltà che voi avete?

R - Io penso che questo sia un altro dei paradossi di questa società. Il Mozambico è uno dei paesi più poveri del mondo, ma fortunatamente o sfortunatamente, io ho la televisione via cavo. Tutte le persone a Maputo possono avere la televisione via cavo. Pochi paesi africani hanno questa tecnologia.

Oggi si parla via satellite e tutti abbiamo un cellulare. Pertanto questo è uno dei paradossi che la nostra società ha: noi siamo molto poveri, ma siamo sviluppati tecnologicamente. La mia casa di produzione ha l’Avid, io lavoro con l’Avid. L’Avid è uno dei sistemi di post-produzione più avanzati in questo momento. È un paradosso! Questo è un paradosso! La nostra società è un paradosso! E il cinema non fa eccezione, pertanto noi tecnologicamente siamo persino molto avanzati.

Noi lavoriamo in digitale in post-produzione. Ci sono produzioni che filmano già in digitale 16×9. Pertanto noi non abbiamo tutto quello che ci servirebbe, ma non so se sia necessario; non so se vale la pena avere un laboratorio, case di post-produzione molto sofisticate. Io non credo, noi in Mozambico abbiamo il necessario per produrre film di qualità e di successo.

Penso che abbiamo ciò che è sufficiente, non vale la pena investire nei macchinari e nella tecnologia quando non ci sono le possibilità di produrre, quando io ho difficoltà a trovare i soldi per la produzione, per sviluppare una sceneggiatura, per fare ricerche, non avrei necessità di avere una post-produzione digitale. Ma sfortunatamente è così: io ho una post-produzione digitale, ma non ho i soldi per sviluppare un progetto. Voglio dire, sono i paradossi della nostra società, sfortunatamente.

Tecnologicamente non ci possiamo lamentare, io non mi lamento dello stato tecnologico del cinema. Non mi lamento, ci sono altre lamentele più importanti di questa. Penso siamo tecnologicamente avanzati.

Tutte le case di produzione hanno sistemi di post-produzione, tutte le più grandi! Vai là, hanno sistemi di post-produzione digitale. Lavorano in Avid, con le centraline di montaggio Sony, lavorano in Division. Pertanto tutte le imprese sono in grado di post- produrre.

Tutte le imprese hanno telecamere: Betacam e DV-cam. Pertanto i mezzi ci sono, i mezzi ci sono! Non ci sono le possibilità di sviluppare un progetto come si deve, non ci sono persone che facciano delle ricerche come devono essere fatte. Non ci sono persone che sappiano scrivere una sceneggiatura. Credo che le lacune siano altre, nell’ambito di conoscenze tecniche e artistiche. Questa è la difficoltà più grande.

D - Il personale tecnico è qualificato ed è in numero sufficiente?

R - Credo che sia relativo. È logico che se facciamo una produzione per Hollywood, come è successo recentemente, un film con Will Smith e tutta la paranoia del cinema americano, quello che noi abbiamo è insufficiente, non basta. Pertanto le nostre risorse tecniche e umane non riescono a coprire queste necessità.

Ma se parliamo di una produzione di livello molto più basso, non per qualità, ma per costi. Perché una cosa è fare un film da 800.000 dollari, un’altra è farlo con 10, 20, 30, 40 milioni di dollari. Pertanto dobbiamo bilanciare, noi siamo capaci di produrre determinate cose, noi possiamo produrre determinate cose.

Abbiamo le capacità umane e abbiamo alcune capacità tecniche per produrre. Ci sono film che possono essere prodotti qui, sono stati realizzati film di fiction qui con personale locale, con mezzi di illuminazione mozambicani, con telecamere sudafricane, con supporti di truccatori, assistenti alla regia e attori stranieri. Ma c’è una grande capacità umana e tecnica.

Allora, ci sono buoni livelli, ma se guardiamo a freddo viene da dire che no! Non ci sono persone, ma se guardiamo ai dettaglio, ai progetti che già sono stati realizzati, ai film che già sono stati fatti, allora noi abbiamo le capacità. Nonostante l’Istituto Nazionale di Cinema non stia funzionando e non stia appoggiando la formazione a cui ti sei riferito poco fa, questa formazione è stata fatta in un’altra maniera. C’è una nuova generazione che lavora con l’immagine, non parlo del cinema con la pellicola di celluloide che oggi è messo in discussione.

Oggi per lavorare nel cinema posso farlo con una DV-cam, filmare o poi fare un blow up. Ci sono cose molto relative. Pertanto c’è una nuova generazione di persone che lavorano con l’immagine e che si offrono come montatori, operatori di macchina, operatori di suono, che non escono propriamente dall’INC. Sono persone che vengono dalla televisione o dalle proprie case di produzione. E ci sono iniziative!

Alcune imprese hanno fatto formazione, ci sono imprese che già hanno fatto 2-3 corsi di formazione nel cinema, a livello di produzione, di ripresa, di illuminazione. Per cui, in un certo qual modo, la formazione non si è mai fermata, alcune persone sono andarte all’estero, hanno fatto degli stages, tutte le volte che si fa un film. In questi ultimi 4-5 anni sono stati fatti per lo meno 5 film di fiction in Mozambico: lungometraggi che non sono mozambicani e che sono produzioni di linea.

Questi lungometraggi danno lavoro a 30-40 persone, di cui non tutte lavoravano nel cinema. Ci sono persone che per la prima volta entrarono come assistenti di produzione, come persone che cominciano. E che in qualche modo rimangono legati a questo setore.

Le persone hanno una specie di formazione continua. E’ logico che fare 1 o 2 film non basta, la persona deve farne di più, deve apprende di più, ma in una certa maniera questa formazione continua. Esiste una generazione di persone giovani, molto giovani, che è entrata a lavorare nell’immagine, ma il problema è che non abbiamo la capacità di farla continuare a lavorare.

Cosa succede: dopo 2-3 mesi senza lavoro queste persone perdono l’interesse perché non c’è lavoro e trovano altre alternative, vivono in un’altra maniera, vanno a lavorare in un posto qualunque, trovano un altro lavoro. Ma sono persone disponibili, nelle quali “il tarlo è entrato”, per cui sono persone che si integrano velocemente in una nuova squadra. Ed è questo ciò che abbiamo fatto.

Io ho fatto delle produzioni di linea, e ogni volta devo recuperare le persone, tento recuperare le persone con cui ho lavorato in precedenza, così che da poter creare un gruppo che possa diventare un giorno una buona squadra di persone, pertanto la formazione non è cessata. È diminuito il flusso, è logico, l’INC lavorava tutti i giorni, faceva un programma al giorno, un documentario al mese, per cui c’era una squadra gente che si alternava, ma questo è finito. Ma la televisione lavora, ci sono tre reti televisive nel paese, tre.

Questo è un altro paradosso: abbiamo la RTK, la Miramare, e la TVM, e abbiamo la RTP Africa; quatto reti televisive a fare un broadcasting in Mozambico. Sono quattro canali che danno lavoro a cameraman, a tecnici del suono, a montatori. E ci sono 10-12 case di produzione, ci sono imprese di pubblicità e tutto questo funziona.

In una falsa economia, in uno schema parallelo molto complicato, ma funziona. pertanto ci sono persone che lavorano nell’immagine. E ce ne sono sempre di più.

Allora è necessario fare film perché la fiction, che sia per la televisione o per il grande schermo, è l’unica maniera efficace per formare le persone. Perché la fiction permette di lavorare con degli assistenti, con una squadra che normalmente nei programmi televisivi e nei lavori di pubblicità non esiste. Pertanto se non c’è fiction non è possibile mantenere questa formazione, questo è un fatto.

D - Come hai detto ci sono 4 reti televisive in Mozambico: non c’è la possibilità di fare vedere i vostri lavori al pubblico mozambicano? Però c’è la sensazione che i lavori vengano visti più all’estero ai festival che nel paese. Quale credi sia la soluzione da trovare per le reti televisive?

R - Questo è un problema un po’ complesso. Io ho lavorato nella televisione per un anno e mezzo come direttore di produzione, e mentre ero là ho cercato di rompe questo ostacolo, creando un programma che tutte le settimane per un’ora e mezzo, la domenica, mostrava produzioni nazionali. È evidente che la quantità di produzione nazionale non è molta, e quando si parla di una stazione di televisione che deve mostrare 10, 15, 20 ore di programmazione al giorno, stiamo parlando di un elevato numero di ore di trasmissione, tutto il nostro materiale nell’insieme non basta per riempire questi spazi.

Si deve tracciare una strategia per il futuro. Pertanto non si può andare per tenativi. So che adesso la televisione trasmetterà nuovamente questi film.

Recentemente ho incontrato il direttore della programmazione della televisione e sta raccogliendo queste vecchie produzioni per trasmetterle alla TVM di nuovo, per tornale a trasmetterle. Allora la soluzione non è questa, la soluzione è creare programmi nuovi che coinvolgano produzioni locali. Per cui la televisione deve stabilire in una certa forma una relazione con queste produzioni, una relazione di produzione, non commerciale. Una relazione di produzione.

E le produzioni dovrebbero proporre dall’interno gli argomenti che la televisione vuole sviluppare e vuole presentare al pubblico; le produzioni dovrebbero essere chiamate a partecipare. Questa è l’unica maniera. Creare programmi a basso costo, creare programmi che non costino cari, per bambini, fiction, che premettano alla casa di produzione di produrre programmi nuovi che interessino al pubblico.

Allora questo è molto complicato! perché la televisione, noi non possiamo solo criticarla da fuori, questo è facile! È evidente che la televisione in Mozambico ha un budget di un milione di dollari all’anno, un milione e duecento dollari dello stato. La stessa televisione produce un altro milione di dollari, ma per potersi sostenere come si deve dovrebbe avere 6-7-10 milioni di dollari all’anno e non ce li ha! Pertanto c’è qui una situazione difficile; lo stato deve decidere cosa vuole fare della televisione: vuole che la televisione sia una scatola dove passano prodotti stranieri, prodotti nazionali di bassa qualità, solo riempire lo spazio di trasmissione, o vuole che la televisione si trasformi in un qualcosa che comunichi come si deve quello che è cultura, arte, e quello che c’è nel profondo delle persone, quello che è la cultura mozambicana. Pertanto, fino a quando lo stato non prenderà questa decisione, è molto difficile che la televisione svolga questo ruolo, la televisione è un’impresa pubblica e quello che produce non basta per essere autosufficiente, pertanto si forma un ciclo.

Dunque lo stato deve esigere una qualche contropartita. Perché se esistono altre tre reti a trasmettere nel paese e sono private, queste dovrebbero dare una contropartita allo stato. Pertanto in qualunque parte del mondo se si vende una licenza di trasmissione televisiva lo stato incassa molto denaro e questi soldi dovrebbero finanziare la produzione nazionale.

Voglio dire che bisogna creare una politica diversa da quella attuale. Non si può vendere una licenza di trasmissione a un operatore senza che questo rispetti le leggi sulla comunicazione. La legge della televisione dice che bisogna avere il 60% di produzione nazionale.

Se accendiamo la RTK, se accendiamo RTP Africa, se accendiamo la Miramar non constatiamo questo. Pertanto ci sono cose che non sono rispettate, sebbene non siano previste dalla legge. Lo stato in una certa forma dovrebbe richiedere una contropartita.

E queste contropartite devono essere investite nella produzione, attraverso aiuti al cinema e alla produzione nazionale di programmi di televisioni locali. Questo non succede! Lo stato si limita a concedere licenze. Ci sono persone che hanno licenza per radio da sei anni, ma la radio non ha mai aperto! Ma la licenza continua ad essere valida. Voglio dire, la funzione dello stato non può essere solo di distribuire licenze; deve controllore, chiedere contropartite e investirle in produzione nazionale.

Ci sono qui fatti che vanno oltre la strategia della televisione mozambicana. Non c’è un ministero dell’informazione, e credo che sia un bene; c’è un gabinetto d’informazione che lavora per coordinare gli organi pubblici dell’informazione, perché non coordina nessun organo di informazione privato. Coordina e più o meno regola quello che è l’informazione. Ma questo è inefficace! C’è bisogno di avere una politica di informazione molto più concreta e significativa per quello che riguarda le contropartite, perché se no non si uscirà mai dal marasma in cui si è.

La televisione del Mozambico non trasmetterà mai programmi nazionali di qualità. Gli altri broadcaster continueranno a trasmettere i programmi che ricevono dal satellite: religione, musica, quello che per loro è più economico. Giusto!? E il pubblico continuerà a non aver accesso a ciò che gli appartiene.

Lo stato deve regolamentarsi, si deve avere una politica di regolamentazione dello stato, questa politica non esiste. Non esiste più. L’INC ha un archivio, ha una grande documentazione storica, favolosa, di immagini del tempo coloniale e di immagini dopo l’indipendenza. Favoloso, che ha un valore inestimabile.

Quelle immagini si stanno rovinando giorno per giorno. Non c’è aria condizionata, le scatole si stanno arrugginendo, le schede di catalogazione sono sparse dappertutto. Le persone spariscono con le schede. Chiunque può entrare.

Non ci sono i soldi, non ci sono i soldi per chiudere una porta, per montare una serratura, non ci sono i soldi per mettere le schede in un cassetto. Voglio dire, sono questo tipo di paradossi, come dicevo all’inizio, che fanno sì che la società a livello culturale si sviluppi poco. Si sviluppi molto poco! Non c’è una concreta politica dell’informazione, non c’è! E questa è una lacuna dello stato.

Non compete al produttore privato, non compete a un broadcaster o alla televisione fare questa politica. Questa politica deve essere fatta dallo stato. Fino a quando questa politica non ci sarà noi continueremo così.

Voglio dire continueremo a stagnare, continueremo ad andare avanti piano, pianissimo, perché? Perché non c’è niente che faccia sì che questo avanzi: questa politica è fondamentale. Pertanto questa politica è fatta solo da noi, ma non dallo stato. Lo stato deve svolgere il suo ruolo, e non lo sta facendo, sfortunatamente.

D - Visto che c’è una troupe italiana, ci piacerebbe che tu ti ricordassi qualcosa sul cinema italiano

R - Accidenti! Qui in Mozambico dopo l’indipendenza c’erano tutti i film, tutti i più bei film italiani: il neorealismo, tutti i film di Pier Paolo Pasolini, non so, adesso non ricordo i nomi. Ma tutto quello che era cinema italiano dal bianco e nero fino al cinema moderno, il più moderno: film polizieschi che facevano a quel tempo, che parlavano della mafia, tutto quel cinema di grande qualità che fu prodotto in Italia dagli anni ‘60 fino al ‘78-‘80 si è visto in Mozambico, insieme al cinema francese, il cinema francese e italiano fondamentalmente, e qualche film americano. Ma la grande qualità veniva dal cinema italiano.

Io non sono bravo con i nomi e queste cose, è una vergogna per una persona che lavora nel cinema e non poter fare alcun riferimento a titoli e registi… Ho una certa difficoltà. Ma ho visto questi film. Alcuni di questi film li ho visti senza sapere cosa stavo vedendo, non c’era nessuna informazione su ciò che avremmo visto e lo scoprivamo sullo schermo.

Eravamo ragazzi, io avevo 15-16 anni e così era un confronto con quella realtà, con quel tipo di prodotto e facevamo lunghe discussioni, dopo la fine del film, sulla storia del film, sull’attore, perché era successo questo o quello. E in una certa maniera questo cinema italiano e francese ha inculcato in me, e forse nella mia generazione, una visione di quello che è il cinema che avremmo fatto. Il cinema che noi vogliamo fare, il cinema su cui lavoriamo.

All’epoca c’erano case distributrici private che avevano ereditato del materiale, e tutti questi film passarono all’INC; alcuni film erano stati comprati, ma non furono proiettati a causa della censura prima dell’indipendenza. Non furono proiettati, erano film proibiti. Dopo l’indipendenza li hanno proiettati tutti. Tutti furono proiettati.

Dopo l’indipendenza ci fu un cinema di grande apertura. Passarono cose di grande qualità che non si erano viste prima dell’indipendenza. Fu una grande sorpresa ed erano cose che già erano qui. Erano qui nei magazzini, fu una grande scoperta.

E poi l’INC cominciò a comprare film che proiettava e da qui si è aperto ad un mercato più moderno perché erano film che comprava attraverso il Portogallo con la Lusomundo o Castel Lopes, era Castel Lopes che forniva i film per il Mozambico. Cominciarono ad arrivare film americani e russi di grande qualità. Russi, jugoslavi di grande qualità.

Ancora oggi il Mozambico soffre del fatto che la distribuzione cinematografica è stata controllata dai portoghesi, e ancora oggi la Lusomundo e la Castel Lopes continuano a comprare film con diritti per il Mozambico. Pertanto un distributore di film mozambicano che vuole comprare un film trova che i diritti di questo film sono già stati venduti alla Lusomundo.

D - Ha l’esclusiva?

R - Sì! Cos’è il Mozambico per gli Stati Uniti? Per la Columbia? O per la Three Stars? non è niente, una frangia del mercato. Non lo mettono neanche in causa: preferiscono vendere l’intero pacchetto a un distributore che compra tutto; e poi c’è un’altra aggravante: se io compro un film negli Stati Uniti, devo tradurlo, sottotitolarlo e venire a proiettarlo in Mozambico, non guadagno niente, perché commercialmente non rende. Mentre i portoghesi comprano, traducono, sottotitolano per il Portogallo e vengono qui come ultima spiaggia con il film già finito, lo proiettano ed è solo guadagno! È molto difficile creare una struttura di distribuzione nazionale, molto difficile.

È per questo che il cinema è in questo stato. Ci sono i film indiani, avete visto i sottotitoli come sono fatti? Fogli di plastica messi dietro.

D - João ai tempi di Kuxa Kanema (”nascita dell’immagine”, il primo cinema itinerante in Mozambico, ndr), quando l’INC distribuiva settimanalmente col Kuxa Kanema i film e documentari era un periodo in cui le persone erano informate su quello che succedeva nel paese, a volte con una o due settimane di ritardo, ma erano informate. Il cinema arrivava dappertutto. Abbiamo fatto adesso questa esperienza del Cinemovel. Qual è la tua opinione in relazione all’impatto che un progetto come questo può avere? E hai qualche opinione su come il progetto può avere qualche forma di continuità? Qual è la tua opinione?

R - Io penso che la cosa fondamentale di questo progetto che voi avete appena finito, che state finendo, io penso che la cosa più importante sia la possibilità di avere una risposta da parte della popolazione. Pertanto per noi, per le persone che producono un’opera, la cosa migliore che si può avere è ottenere una risposta del pubblico. Questa risposta si può avere attraverso una rete televisiva; lo spettacolo del cinema e la vendita di biglietti non daranno mai il risultato che voi avete ottenuto da questa esperienza.

Perché una cosa è proiettare un film e sapere che sono stati venduti 10.000 biglietti, altra cosa è sapere cosa dicono 100 persone che hanno visto il film, che cosa pensano. Voi avete avuto inoltre la possibilità di far vedere i vostri film, di entrare in contatto con la popolazione e imparare attraverso di loro quello che altri fanno fatto. Penso che questo sia fondamentale.

A livello di immediatezza del processo, usarlo come organo di informazione, io penso che funzioni, è un mezzo di informazione, di educazione, di riunione perché è sempre una cosa nuova. La popolazione rurale ha molti pochi eventi che la facciano unire, che la facciano stare insieme. Pertanto questo è un altro aspetto a livello sociale e culturale importante.

A livello di informazione, è logico che approfittare del riunirsi di persone per parlare del film, sul messaggio che il film vuole dare, e altre cose in relazione a questo, è molto importante. Comunque ci sono altri mezzi per arrivare a questa popolazione, più economici, più veloci, ma questi mezzi non sostituiscono o non riescono a ottenere questo risultato. La cosa più importate di tutta questa esperienza è contattare la popolazione, cosa pensano del prodotto, a come hanno reagito al prodotto che è stato mostrato loro. Questo è fondamentale.

E se questa informazione arriva a noi produttori, o ai broadcasters, o a chi ha realizzato quel lavoro, si realizza una comunicazione in due sensi molto importante. Io penso sia fondamentale. Come continuare questa esperienza? Io penso che sia importante, io penso che sia importante dare l’opportunità alle persone di vedere film, vedere film mozambicani e anche stranieri.

È importante che li vedano e che si mettano in contatto con queste culture e si rendano conto che non sono soli al mondo. La mia frustrazione più grande in questo momento è che in Mozambico questo non viene fatto. Voglio dire, che i cinema non esistono, che i film che vengono trasmessi dalla televisione siano solo commerciali, questa è una frustrazione.

Io penso che voi con questo progetto aiutiate a riempire questa lacuna. Come continuare? È molto complicato. Questo è un progetto caro, nonostante non sia stato coinvolto, immagino sia un progetto caro, è un progetto che prevede movimenti di mezzi e persone, acquisto di diritti, e queste cose sono tutte onerose, non è così? Ma è un progetto che sempre ha significato, ha un senso.

Non il senso del Kuxa Kanema, non quella storia di informazione. Perché Kuxa Kanema aveva obiettivi politici, vendeva una ideologia della Frelimo, a quel tempo di unità nazionale. Esatta o sbagliata non importa, ma aveva un obbiettivo politico. Non con questa filosofia, ma con la filosofia del puro intrattenimento, della pura educazione e con lo scopo di ottenere risposte io penso che il progetto debba continuare.

Video intervista realizzata a Maputo nell’ottobre 2001